A completamento dell'introduzione critica sulla figura e l'opera di Alfredo Chighine, si ritiene opportuno presentare i più recenti contributi che hanno fatto luce sui meccanismi e sul senso più profondo del suo multiforme lavoro.
Una lezione di libertà
di Elisabetta Longari
Come può l'osservatore vivere la mia pittura come io l'ho vissuta? Un dipinto giunge fino a me da molto lontano, chissà da quanto lontano; io l'ho ideato, l'ho visto, l'ho realizzato, eppure il giorno dopo neanch'io riesco a capire cosa ho fatto. Come può un'altra persona penetrare nei miei sogni, i miei impulsi, i miei desideri, i miei pensieri, che hanno avuto una lunga gestazione prima di manifestarsi, e comprendere che cosa ho messo nel mio quadro, probabilmente senza neanche volerlo?
Pablo Picasso
Ricordando Valery, dovrei scusarmi per voler parlare ancora una volta della pittura di Chighine, la cui vitale complessità continua ad avvincermi.
Guardando (attraverso) il mondo di Chighine
di Elisabetta Longari
La formazione come qualcosa di pervasivo
Il pittore Franco Francese ricorda di averlo conosciuto intorno al 1932 all'Umanitaria, scuola professionale di tipo artigianale. Questo primo approccio, più manuale che intellettuale, ha dato un'impronta fondamentale all'atteggiamento che Chighine terrà sempre nei confronti dell'arte. Pur trovandosi spesso a lavorare ed esporre in contesti che avrebbero anche richiesto uno schieramento teorico, egli ha dimostrato fin da principio un'attenzione soprattutto rivolta alla realtà linguistica dell'opera e alla processualità del lavoro.
Alla sua formazione artigianale si deve probabilmente anche la versatilità che gli consentì di frequentare diverse tecniche (la grafica come la scultura e la pittura), ottenendo risultati che rivelano grande sapienza e sensibilità nella manipolazione dei diversi materiali, che, trattati in modo estremamente variabile, dispiegano un amplio spettro di possibilità espressive.
Pensare con le mani
di Elisabetta Longari
Pensare con le mani è anche il titolo del mio contributo storico-critico al catalogo ragionato dell'opera di Chighine, pubblicazione che ha affrontato tante, troppe, vicissitudini e che ancora oggi non ha visto la luce. Pensare con le mani: non riesco a trovare una formulazione alternativa che dia altrettanto precisamente conto della matrice "immanente e pragmatica" propria del laboratorio creativo dell'artista, tanto nella sua prima fase come scultore quanto nella sua attività di pittore, e dei suoi processi, legati soprattutto all'immediatezza del fare, un fare interamente basato su una sorta di intuito fulmineo della mano e dell'occhio ("come se a vedere fossero le mani").
Chighine già in principio…
di Elisabetta Longari
Il pittore Franco Francese ricorda di averlo conosciuto intorno al 1932 all’Umanitaria, una scuola di avviamento professionale di tradizione socialista, “una specie di Bauhaus”, dove Chighine frequentava il corso di incisione a bulino, che dovette certamente contribuire a orientarne la sensibilità verso lo sviluppo di un segno capace di diverse modulazioni: forte, preciso, mobile ed essenziale. Si iscrisse in seguito ai corsi serali dell’ISIA (Istituto Superiore d’Arte Decorativa di Monza) senza arrivare al diploma per motivi indipendenti dalla sua volontà; e, finalmente, dopo la liberazione, approdò all’Accademia di Brera per seguire il corso di Scultura tenuto da Manzù, basato soprattutto sul disegno, dove ebbe per compagni Francese e Alik Cavaliere. Specialmente Chighine e Francese si legarono di un’amicizia e una solidarietà speciali anche alla luce del fatto che, come riporta lo stesso Francese, avevano “la stessa origine, figli di operai”.
La pittura di Alfredo Chighine tra naturalismo e ricerca linguistica
di Cristina Casero
Una ipotesi di lettura della produzione dell'artista tra gli anni Cinquanta e l'aprirsi del decennio seguente attraverso le interpretazioni della critica coeva
Alfredo Chighine è un artista che ha incarnato nella stessa attività pittorica una seria e profonda riflessione sul dipingere, sempre malvolentieri dichiarata a livello teorico. Purtroppo, forse anche per questo motivo, egli non ha goduto - e ancora oggi non gode - del riscontro critico e storiografico che invece meriterebbe la sua ricerca. Una ricerca che, costantemente volta a indagare la pittura, a sondarne le risorse, le possibilità e i limiti, sia sul piano formale sia su quello espressivo, affonda le sue radici in un terreno solido, su presupposti precisi, tutti interni al dipingere, mai negati e mai traditi, ponendosi sempre in «tempestiva tangenza con i fatti determinanti della nostra cultura».
La pittura di Alfredo Chighine, tra natura e struttura
di Cristina Casero
Nell’ormai lontano 1958 Emilio Tadini, tra i più lucidi ed acuti interpreti del lavoro di Chighine, arriva ad individuare l’intuizione di fondo della pittura chighiniana in quella che egli chiama coscienza del tempo, ossia quell’atteggiamento che spinge l’artista a “rappresentare il movimento intimo, il continuo inesauribile farsi e vivere e subito corrompersi e il rifarsi non di un paesaggio ma di un organismo naturale”. Una osservazione, questa, che mi sembra particolarmente interessante non solo perché ci fa comprendere con chiarezza cristallina in quale accezione si debba intendere il naturalismo per un artista come il nostro, al di là delle tante diatribe dei critici sull’argomento, ma pure perché ci fornisce un precisa chiave di lettura dei modi di Chighine, che nel dipingere ha sempre voluto restituire proprio il farsi della forma.
Alfredo Chighine, dalle origini
di Cristina Casero
Una coerenza radicata “in un’interna necessità poetica, risolta in pittura”
Questo breve intervento sull’opera di Alfredo Chighine prende avvio dalle riflessioni da cui è nata e si è sviluppata l’idea della mostra Alfredo Chighine. Le origini. Allestita negli spazi della Casa Museo Boschi Di Stefano, con opere della collezione, l’esposizione si concentra su una fase specifica della produzione dell’artista, coprendo un intervallo cronologico che va dalle prime prove, riferibili agli iniziali anni quaranta, sino ai dipinti della prima metà dei cinquanta, quel cruciale momento in cui il linguaggio dell’artista piega, risolutamente, verso modi decisamente ascrivibili all’informale. Attraverso i (numerosi) pezzi, sempre di grande qualità, che sono stati acquistati in quel periodo dai Boschi Di Stefano, la mostra mette in luce, grazie a un raffronto diretto, un vero e proprio corpo a corpo tra le opere, le connessioni linguistiche, compositive e profondamente strutturali tra i frutti di due stagioni a prima vista così lontane, nelle intenzioni e negli esiti.