di Elisabetta Longari
«Come può l'osservatore vivere la mia pittura come io l'ho vissuta? Un dipinto giunge fino a me da molto lontano, chissà da quanto lontano; io l'ho ideato, l'ho visto, l'ho realizzato, eppure il giorno dopo neanch'io riesco a capire cosa ho fatto. Come può un'altra persona penetrare nei miei sogni, i miei impulsi, i miei desideri, i miei pensieri, che hanno avuto una lunga gestazione prima di manifestarsi, e comprendere che cosa ho messo nel mio quadro, probabilmente senza neanche volerlo?»
Pablo Picasso
Ricordando Valery, dovrei scusarmi per voler parlare ancora una volta della pittura di Chighine, la cui vitale complessità continua ad avvincermi. Non mi stanco di ripetere che se Chighine fosse francese, di nascita o d'adozione, a quest'ora occuperebbe già da tempo il posto che gli spetta nella rosa dei nomi che hanno contato maggiormente per lo sviluppo della pittura europea del dopoguerra. Ma a Chighine sono toccate in sorte Milano, Italia, e una classe” critica che a un certo punto l’ha messo in disparte, oppure, nel migliore dei casi ha largamente frainteso la natura del suo operare.
Elisabetta Longari (a cura di), Alfredo Chighine, Palazzo Martinengo, Brescia ottobre - novembre 1993