Milano, febbraio 1956
«Qual' è il contenuto di questi quadri?»: questa è la prima domanda da porsi se si vuole parlarne. Perché è chiaro che essi sono quanto di meno astratto si possa immaginare. Anzi, qui è proprio l'argomento buono per cominciare il discorso. Se ragioniamo molto semplicemente vediamo che quadri come questi si differenziano da quadri astratti non tanto per la presenza di un soggetto figurativo : ma piuttosto per quella particolare vita sensibile del colore e della luce di cui sono fatti: un colore e una luce che sentiamo di poter veramente chiamare reali ( e non perché esse siano riconoscibili naturalisticamente intorno a noi in modo piatto e meccanico, ma piuttosto perché portano in se stessi, nella loro carica vitale, la testimonianza di una profonda, perentoria riconoscibilità). Ed è per questo che possiamo parlare dei legami profondi tra la pittura di Chighine e la natura.
Recentemente si è parlato molto di nuovo naturalismo, ed è un discorso che deve essere ancora approfondito, e con molta cautela. Per quanto riguarda Chighine non si tratta probabilmente di una nuova interpretazione paesistica - per quanto anche entro limiti del genere qualche vero pittore possa esprimere qualche nuovo contenuto. I problemi di una nuova «resa» pittorica di un paesaggio, come quelli di una sua alterazione espressiva, sono stati risolti (e a fondo, fino ad aprire la strada per un altro discorso, per una nuova poetica) dal lavoro di grandi pittori vissuti da cinquant' anni a questa parte. Quadri come questi di Chighine tendono a qualcos'altro (e lo possono fare anche perché hanno a disposizione tutto quel lavoro precedente): non a movimentare in pittura la struttura di un paesaggio, non a scomporla per conoscerla, quanto a fermare il movimento intimo, il continuo inesauribile farsi e vivere e subito corrompersi e rifarsi, non di un paesaggio, ma di una materia naturale riconoscibile volta per volta nelle sue mille apparizioni nei paesaggi in mezzo ai quali viviamo; la materia naturale vivente come può distinguerla in un certo clima, in una certa aria, in una certa durata di tempo, un pittore: in colore e luce e toni, nella sua essenza più intima.
Allora, effetti di luce e di colore, semplicemente più o meno depurati da precisazioni narrative in senso ristretto, dall’ aneddoto di «quel tale paesaggio»? L'obiezione immediata rende ragione dei pericoli immediati. Ma polche credo che i quadri di Chighine abbiano completamente superato un simile pericolo, è qui che possiamo cercare gli elementi per rispondere a tale obiezione. E torna quell' accenno di discorso già iniziato. Non si tratta di cogliere gli effetti, il concludersi fermo e definito di una luce e di certi colori (immobilità e definizioni tali, del resto, sempre soltanto nel nostro occhio, e nelle abitudini del nostro occhio e delle nostre sensazioni stanche a risollevarsi ogni volta: mai nel subbuglio inesauribile del tempo nella realtà), quanto il vivente strutturarsi della materia naturale intorno a noi. E non certo per risolvere superficialmente ogni cosa nelle velleità di una delle tante cosmogonie così modestamente letterarie che infuriano oggi su certe tele ma in profonda fedeltà poetica alla realtà sensibile che respiro per respiro vive e si altera intorno a noi. Riuscire a cogliere un colore, una luce, un tono, in atto. Non nel deposito ovvio, naturalistico in senso ristretto; ma «prima» nel loro accadere misterioso e unicamente reale, nella loro vitalità più autentica: questo mi sembra il centro del lavoro di Chighine, il tema che egli svolge quadro per quadro.
L' arcadia è fuori discussione. Perché questa potrebbe essere l’altra obiezione di quelli che si definiscono con tanta facile passione gli unici veri «moderni», così sensibili ai problemi nuovi - e soltanto a quelli. Questi potrebbero proprio insinuare che qui - il paesaggio, la natura… si è in presenza di un'arcadia vecchia di secoli. Ma un'obiezione del genere può essere semplicemente capovolta. L' arcadia «classica» aveva storicamente (occasionalmente, in un certo senso) quel suo contenuto diciamo naturale. Ma se guardiamo più a fondo vediamo che essa rendeva ragione di un certo atteggiamento di costume: l’arresto idilliaco su certi schemi, comodi per una pausa dello spirito, per il suo adagiarsi nelle facilità della ripetizione, della meccanica disposizione di certi elementi accortamente derivati da tutta una situazione culturale.
E naturalmente c' è un'arcadia anche oggi. Ma il discorso non è da farsi per quella poesia, non delle cose, ma «della natura delle cose», che è il senso più alto del lavoro di un pittore come Chighine: piuttosto per le opere di coloro che con uno sforzo intellettuale più o meno generoso ripetono superficiali schemi culturali in una meccanica rielaborazione pittorica, magari impastando troppo generosamente insieme tutti i miti del costume culturale moderno. Questa è l’arcadia, la vera arcadia di cui ha senso parlare oggi. E qui, nei casi migliori, ritroveremo tutti i vizi di ogni arcadia: la freddezza, la dignità ridotta al decoro, il gioco meccanico di elementi troppo riconoscibili, e, naturalmente, una aggiornata, audace (e sospetta) rispettabilità.
Nei quadri di Chighine non esistono colori o luci astratti, facilmente inventati; ma solo colori e luci che mantengono un respiro vivente, naturale: perché intelletto e sensi del pittore si confrontano sempre, per una specie di istinto, ad una esistenza reale, che è realmente fuori di lui, da rivelare, da rendere intima. E questa profonda fedeltà abbiamo altre prove se indaghiamo più da vicino sulla struttura del suo linguaggio. Perché a questo punto, sgombrato il campo dagli equivoci più facili, possiamo parlare della profonda fedeltà di Chighine a un certo ambiente - o situazione - naturale. Naturalmente un pittore (anzi un artista in generale) non può operare sul vuoto delle idee: può agire solo per l’originaria necessità di una realtà umanamente più concreta, vivente e tangibile. Ed è senza dubbio in un ambiente lombardo, in una natura lombarda insomma, che Chighine svolge il suo lavoro. Ripetiamolo ancora: non che Chighine si offra semplicemente alle suggestioni di una certa «veduta». È ben altro, e ben di più. È l’accordo tenace e profondo con una realtà naturale vista e sentita e seguita amorosamente attraverso una delle sue facce, delle sue presenze: questa luce, questi colori, questo ambiente vissuto giorno per giorno dal ricordo e dalla sensazione, dalla fantasia e dalla conoscenza.
Uno dei segni più veri e intimi dello stile di Chighine è certo in quella continua, scontrosa armonia tra pudore e forza: ed un rapporto che si è portati a definire forse per analogia alla vista di quello più concreto tra la vasta compattezza del colore e l’incisione della luce che sotterranea, fragile e invincibile, si sprigiona lenta a far vibrare le forme, sensibile grano a grano nel cuore stesso della materia e su tutto lo spazio del quadro. Questa luce è l'anima nascosta e presentissima di uno strutturarsi grave, compatto: una luce interna alla materia come un fuoco segreto, austero e fervido. Un carattere squisitamente lombardo, usiamo ancora questa parola. Sappiamo che in questo caso non può certo riferirsi a nessun impaccio provinciale: ci aiuta soltanto a capire meglio la natura (vada pure il doppio senso) di un vero pittore.
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