in “Settimo Giorno”, n 47
17 novembre 1956
Milano
Alfredo Chighíne è nato a Milano, ma da famiglia sarda. E dei sardi ha iI volto forte, largo, la pelle
bruna, gli occhi grandissimi e chiari, fermi eppure dolci. Una scorza ruvida, che nasconde una profonda, malinconica delicatezza. Bisogna veramente conoscere l'uomo Chighine, le sue ritrosie, le sue apparenti accettazioni di una condizione sociale, i suoi abbandoni alla rivolta più fragorosa, e il suo vero carattere lirico, gentile, se si vuol conoscere un raro esempio di artista di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso, sommerso dalle pose dei falsi esistenzialisti o dei falsi “maledetti”, o degli imborghesiti carrieristi. Chighine è semplice, perché vero, sincero, e le sue opere ne sono la migliore testimonianza.
È nato nel 1914, e appartiene anagraficamente alla generazione, press’a poco, dei Guttuso, dei Morlotti, dei Cassinari, degli Afro, ecc. - alla cosiddetta “generazione di mezzo”. - Ma il percorso del suo lavoro, il significato stesso della sua opera, sono del tutto diversi, e lo pongono tra le forze più recenti. Si fece infatti conoscere, subito dopo la seconda guerra, specialmente come disegnatore di originale accento e di vigore espressionista. In seguito si dedicò alla scultura, e le sue forme ampie, sintetiche, i suoi personaggi primordiali, quasi, espressero l’accordo tra ricerca di accordi volumetrici e sostanza naturale, verità umana. Un lavoro solitario, accanito, che tendeva ad un linguaggio senza concessioni al formalismo astratto o realistico, che non voleva abbandoni all’inconscio, né risultati descrittivi. Anche nelle pitture Chighine, pur ricordando le esperienze post-cubiste, e specialmente le musicali raffinatezze tonali di Braque, cercava di inserire una furiosa, o meglio accorata, rottura dei ritmi e degli equilibri volumetrici, tentando una fusione delle immagini in atmosfere veramente lombarde, con spessori di materia, palpiti di chiaroscuro.
Era una ricerca ardua, e fatta in solitudine, senza prese di posizione “ufficiali”. Vi corrispose un periodo di dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Parve allora che Chighine fosse inattivo, confinato nella leggenda degli artisti bruciati. Ma bastò che l'incontro con alcuni più giovani pittori gli rivelaste come le sue ricerche non fossero isolate, ma si inserissero anzi nell'ambito della più viva e nuova attività pittorica italiana, perché egli riprendesse fiducia nel "colloquio", perché facesse vedere, prima a qualche amico, poi in mostre collettive, i suoi lavori. La sorpresa di vedere i quadri così attuali, e distaccati dalle remore di equivoci formalismi e di azzardate, vacue avventure. Quadri nei quali si fondevano una appassionata ansia di cogliere le luci ed i toni del vero con il desiderio di chiudere in forme ed in segni i primi aspetti intuitivi della realtà naturale. Credo che questo rinnovato contatto con "'gli altri", questo sentirsi responsabile protagonista di una ricerca non più isolata e disperata, abbia influito anche sulla personalità di Chighine - oggi è sereno, impegnato nel lavoro, tranquillo, come egli dice con dolente ironia - E le sue mostre recenti testimoniano il sempre più sicuro cammino della sua arte. La mostra che è in questi giorni aperta alla Galleria del Milione è certamente una delle più belle e importanti che da anni si siano viste. Raccoglie opere dal 1954 al 1956 e, attraverso i cambiamenti, o meglio gli sviluppi, del linguaggio, conferma la coerenza e la unità del sentimento ispiratore dell’artista.
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